L’ISPEZIONE – Part 3 of 3

L’ISPEZIONE – Part 3 of 3

Nell’ultima sala, rispetto all’entrata, c’era l’accesso alle stanze segrete. Esattamente sotto la mia collezione ufficiale. Una volta era il luogo dove si stoccavano le provviste e le botti di vino. Avevo apportato parecchie modifiche rispetto agli angusti spazi del passato: pareti rinforzate, aria condizionata e clima costante. Era una specie di bunker anti-atomico e la sua costruzione era stata approvata dal partito, proprio per quella funzione. Avevo sostituito anche lo scivolo, costruito per far scendere le botti e che portava nello scantinato. Adesso c’era un’apertura elettronica e a prova di dinamite, simile alle porte dei caveau delle banche, solo che si apriva dal pavimento verso l’alto.

Tirai una minuscola leva dietro al piedistallo di una Venere in marmo di Carrara del ‘600. Il capitano Berger non mi toglieva gli occhi di dosso, evidentemente si aspettava qualche agguato.

Il grosso tavolo-bacheca, che faceva da contenitore ai libri miniati del quindicesimo secolo, si spostò silenziosamente insieme al tappeto sottostante e finì di lato, verso il muro, appoggiandosi lievemente e scoprendo la pesante porta d’acciaio. Mi chinai per immettere il codice d’apertura. Il capitano stava in piedi, sulla mia sinistra, la pistola verso la mia testa.

I pesanti cilindri, con un marcato rumore metallico, uscirono scorrendo dal loro riposo nel cemento, provocando alla massiccia porta un sussulto, che la fece aprire di qualche centimetro, sollevandola dal pavimento. Per aprirla completamente bisognava tirare verso l’alto un’apposita maniglia, che permetteva di smuoverla con poca forza tramite un congegno di pistoni idraulici.

Berger mi fece scostare per precauzione. Voleva farlo lui, non si fidava, credo non si fidasse di professione. Tirò la maniglia verso l’alto e la porta lentamente si aprì, uscì un odore sgradevole, era strano. Là sotto l’aria era purissima. Il capitano si girò soddisfatto per il suo trionfo, dando le spalle allo scivolo.

Fu un istante. Qualcosa lo afferrò da dietro e lo trascinò giù nel buio! La pistola restò sul pavimento, sulla soglia dell’apertura. Si sentì un urlo straziante e un rumore sordo, come se due oggetti pesanti fossero scaraventati contro le pareti.

Io sapevo di cosa si trattava! Ma prima di riuscire a mettermi in salvo nell’altra sala, il Raptor balzò fuori dall’apertura segreta, sbarrandomi la strada e annusando guardingo l’aria. Aveva gli artigli e i lunghi denti sporchi del sangue del capitano Berger!

Ero spacciato! Ricordavo di aver trafugato un uovo di dinosauro dal sistema Karina, ma non immaginavo si schiudesse e che al suo interno ci fosse ancora vita! Era da parecchio tempo che non scendevo là sotto, chissà da quanto era venuto al mondo. Doveva essere talmente affamato da essere impazzito! Si vedeva chiaramente che era deperito, ma i suoi muscoli giovani e pieni di energia non vedevano l’ora di balzare su di me per nutrirsi di nuovo, dopo tutta quell’attesa. Nonostante l’imminente tragica fine, mi percorse un pensiero: in fondo avevo sommato così tanto tempo alla mia vita reale, secoli e secoli. Come se avessi vissuto per un arco temporale infinito. Mi preoccupava solo il dolore. L’unica speranza era nella rapidità.

Il Raptor piegò la testa e si caricò sulle possenti gambe. Io chiusi gli occhi e feci cadere le braccia lungo i fianchi. Ero immobile. Morivo tra la bellezza, almeno.

Uno schianto attraversò la sala, un liquido caldo mi colpì il viso. Aperti gli occhi dopo un secondo sparo, vidi Julius con in mano lo Springfield a pallettoni, che fumava da tutte e due le canne. Il Raptor era a terra, con mezza testa staccata. Io ero coperto dal suo sangue. Le cervella del rettile scivolavano verso il basso, imbrattando il nero dello sfondo di un dipinto di Goya.

Dopo una doccia mi versai un brandy. Mi misi seduto in poltrona. Non ero scosso, avevo vissuto avventure peggiori. D’altronde ero un viaggiatore spazio-temporale, attraversavo il tempo e le dimensioni da molto, ormai. Ne avevo quasi perso il ricordo. Per me “il tempo” non esisteva, io lo penetravo, andando avanti e indietro, su e giù percorrendo la curvatura spaziale. Concetti come passato e futuro non avevano più nessun senso. L’unica àncora a cui potevo aggrapparmi era il presente. Qui. A Berlino est, dove inspiegabilmente tornavo dopo ogni viaggio. Nella realtà di Berlino ogni viaggio durava 2 minuti e 40 secondi, ma nell’altra dimensione poteva durare quanto voleva, non c’era modo di stabilirlo a priori.

Anche l’inizio del viaggio non potevo deciderlo. La partenza poteva avvenire in qualsiasi giorno dell’anno, per quello non uscivo mai dalla villa, se non per emergenze. Si presentava come un malessere lieve, qualche ora prima, come se fosse una banale influenza e dopo qualche ora iniziava. Io lo chiamavo “attacco”, perché era simile a un attacco epilettico. Julius era l’unico che sapeva. Vegliava su di me durante quei 2 minuti e 40, visto che il mio corpo, nonostante vivesse pienamente nella realtà alternativa, se ne stava contemporaneamente immobile in casa mia. I miei pezzi rari venivano da posti incredibili e spesso così strani da essere difficili da comprendere, a volte terrestri, a volte extraterrestri. A volte nel passato o nel futuro della nostra realtà. A volte in dimensioni parallele alla nostra.

Non so come potevo essere ancora sano di mente. Forse ero solo un pazzo rinchiuso in qualche manicomio e quello era un sogno, frutto di vaneggiamenti.

Julius interruppe i miei pensieri mostrandomi la pistola del capitano Berger. Julius era muto e non era nemmeno umano, anche se riusciva con un qualche strano potere psichico a indurre chi lo guardava a credere di trovarsi di fonte a un uomo perfettamente normale. Qualcosa di simile a una perenne allucinazione.

Capivo quello che voleva dirmi. Il buon Julius era la mia coscienza e il mio guardiano, si occupava di me e mi stava ricordando il problema della morte del capitano.

Dovevo pensare a un modo per uscire da quella situazione. Mi alzai, andai verso il giradischi e misi un disco di Mingus. Tornai a sedere in poltrona, mi versai un altro po’ di brandy dalla bottiglia sul tavolino e mi accomodai.

Chiusi gli occhi.