DI MALATTIA, FUMETTI E MAGIA

DI MALATTIA, FUMETTI E MAGIA 

AkaB VS Marco Galli

A – Partiamo con la prima domanda, la più banale del mondo: ricordi come ti è venuta l’idea di Èpos?

 

MG – Come per (quasi) tutti i miei lavori sono partito senza pensarci troppo. Addirittura con testi risicatissimi, e in inglese. Poi, mentre procedevo e le idee si chiarivano in testa, mi sono accorto che si trasformava in un viaggio dentro l’essere umano e dentro le contraddizioni della società, ma non per forza in senso contemporaneo. Mi è sembrata una storia epica, anche per l’andamento… ed ecco (l’)Èpos.

 

A – A che libro avevi lavorato subito prima?

MG – Mi ero perso in un disegno… Stavo lavorando al progetto di un fumetto che si svolge nel ‘700 piemontese, un thriller barocco e sarcastico, che riprenderò sicuramente.

 

A – Quando chiudi un progetto ti viene quel senso di void cosmico, tipo depressione post-parto? Ti prendi del tempo vuoto o ti metti subito al lavoro su un libro nuovo?

 

MG – Mi capita spesso di iniziare un fumetto così, senza grossi intenti, e di portarlo poi a termine tralasciando altri progetti su cui sto già lavorando… Ma questo modo di fare non mi preoccupa, mi trovo a mio agio, sono convinto che ogni storia, ogni libro, arriva quando deve arrivare. Non lo trovo un aspetto sciamanico ma naturale. Il nostro cervello è un grosso parcheggio: vogliamo arrivare alla macchina rossa, ma prima bisogna fare uscire quella bianca che sta davanti, altrimenti è impossibile tirarla fuori, quella rossa.

Per rispondere in modo più specifico alla tua domanda, tra un lavoro e l’altro a volte faccio una pausa e a volte no. Dipende più che altro da questioni esterne. Di solito quando finisco sono carico, ma anche durante, come ho già detto… Credo che non smetterei mai, alla fine: uno dietro l’altro, se non rischiassi di morire.

 

A – In quanto amico ti consiglierei di farla, una cazzo di pausa tra una scalata e l’altra. In quanto intervistatore vorrei capire meglio, in termini pratici, come lavori. Qual è il libro che hai finito prima di Èpos? Le chat noir o Nella camera del cuore? O un altro di cui nessuno ha mai sentito parlare?

 

MG – Ma no, le faccio le pause! A parte il fatto che sono stato più di un anno senza disegnare un fumetto, e poi ho cominciato a 35 anni… Comunque era “Nella camera del cuore”.

 

A – E subito dopo che hai fatto, sei partito a fare studi per quello ambientato nel ‘700?

MG – Sì, mi ero messo in testa di fare un fumetto “come quelli bravi”, così sono andato per biblioteche, ho letto libri, fatto ricerche sul web e raccolto informazioni su uniformi, moda dell’epoca… Non da diventarci matti, ma mi sono documentato, anche a livello storico-politico sul Piemonte. Poi ho studiato le biografie dei personaggi, ho buttato giù soggetto e una scaletta per la trama. Stavo per iniziare lo storyboard e i dialoghi ma è arrivato Èpos e poi la malattia… Comunque mi ero ripromesso di fare tutto con calma, per una volta, senza correre, e infatti lo riprenderò.

 

A – Facciamo ordine sui tuoi prossimi lavori: quello del ‘700, Dentro una scatola di latta, il western con le mani di scimmia, quello collettivo che chiameremo “Fantakazzeneberg”, Melma rossa, quello su Hitler (il mio preferitissimo), ne mancano altri?

MG – In verità ho anche altri quattro soggetti, di cui uno parecchio avanti. In questo periodo ero concentrato su quello di Hitler, che è circa a metà, ma causa lavori su commissione abbastanza grossi è in sospeso, per ora. Ma garantisco al 100% che sarà il mio prossimo libro da autore, dopo il western che è già finito.

 

A – Sto tentando di ricostruire una cronologia dei tuoi lavori perché ho notato che ogni volta che ne inizi uno nuovo tendi ad andare in una direzione molto distante rispetto al precedente. È una sindrome in cui mi riconosco, credo sia per via del fatto che ogni storia richiede regole diverse, oltre che per un’irrequietezza di fondo che penso ci accomuni. Per te come mai accade questo?

 

MG – È vero, non riuscirei mai a (ri)fare un secondo libro che abbia continuità col precedente. Il lusso che ci concede il fumetto è quello di poter usare qualsiasi “genere” per raccontare, senza spendere un euro in più per le “scenografie”: puoi ambientare la tua storia nella giungla, su Marte, negli abissi dell’oceano o in Vaticano e quello che ti serve è sempre e solo un foglio e una matita. Questo mi porta a trovare inutile stare su uno stesso tipo di atmosfere o scenari, per così dire… Poi è anche vero che le “tue” tematiche profonde escono ugualmente, anche se camuffate in un vestito diverso.

 

A – Come trovi la tecnica o lo strumento “giusto” per la storia che devi raccontare?

 

MG – Dipende dal tipo di storia, il “senso estetico” di una storia riguarda anche il modo in cui scegli di raccontarla: se voglio una lettura più veloce uso un segno minimale; se voglio che il lettore si soffermi e rallenti, sospenda i tempi, allora uso un segno più ricco e tratteggiato. Credo che il segno minimale sia più interessante per le storie contemporanee o fantascientifiche, mentre quello più “barocco” funzioni meglio per le storie in costume o fantasy… Ma questo è abbastanza consolidato nell’immaginario collettivo. Alla fine è solo un discorso personale, e si può comunque giocare coi contrasti. A volte, invece, dipende da fattori esterni: io, in questo momento, sono limitato nel segno dalla mia malattia, ma questo non mi ferma dal disegnare. Solo che se prima adattavo il disegno alla storia, adesso faccio il contrario.

 

A – Ti faccio una domanda strampalata: ci sono autori che si ritraggono continuamente nelle loro storie, tu lo hai fatto in Èpos per la prima volta (ritagliandoti un piccolo ruolo infame). Voglio dire, senti anche tu che c’è un rischio o comunque qualcosa di misterioso che accade quando si gioca con la creazione e l’Io?

 

MG – Non so se lo definirei un rischio, ma sono certo che il nostro corpo (che io considero un pezzo unico insieme all’Io, che potrebbe essere il cervello) ci parla attraverso dei modi solo apparentemente misteriosi. Non fa altro che mandarci degli allarmi, quando servono, e questo succede a tutti noi. Forse l’artista (mi inserisco nella categoria senza timore, perché non la vedo come una casta) ha il dono sciamanico o naturale di tradurre in modo fisico i messaggi metafisici, tutto qui. È la famosa “veggenza” di Rimbaud, che aveva capito tutto a 17 anni. Io non so perché mi sono disegnato in quel modo in questo libro e non so nemmeno se c’è davvero un nesso diretto con la malattia che poi mi ha colpito, ma è oggettivo che ho fatto tutto questo per la prima volta perché sentivo che dovevo farlo, e farlo in quel modo. Poi nella vita reale è successo quello che sembra essere stata una “pre-veggenza”: qualcuno può benissimo obiettare che sia stato un caso, comunque è avvenuto e io lo avevo visto, anche se in un’altra dimensione.

 

A – Esistono diverse interpretazioni di cosa sia questa fantomatica “magia”: alcuni la legano al linguaggio, alle parole che plasmano la realtà; altri vedono la magia come sinonimo di trasformazione, perché ogni volta che si opera un cambiamento si modifica la propria vita; oppure ancora c’è chi la ritrova nelle coincidenze, nelle sincronicità, come direbbe Jung. Nel disegno c’è della magia nel senso più classico del termine, anche solo perché prendi qualcosa che esiste nella tua testa e la fai apparire su un piano, come estrarre un coniglio dal cilindro. Tu che definizione dai della magia?

 

MG – Io sono scettico per natura, ma riguardo alla mia malattia mi sono successe cose che, apparentemente, sembrano avere a che fare con la divinazione. Nella teoria della relatività (primi anni del ‘900!) il tempo non è considerato una costante fissa. In fisica, se non sbaglio, anche la linearità del tempo è messa in discussione. Magari il mio corpo aveva reminiscenze della malattia, come un file che lascia traccia in un computer anche se si cancella tutto, chissà in quale piega del tempo. Ma sono tutte speculazioni, anche se le trovo affascinanti. Esiste la magia, ma intesa in un senso più concreto: magia è ciò a cui non sappiamo dare una risposta coerente con l’approssimazione di realtà in cui crediamo. Calcolando che fino a qualche secolo fa era “magia” andare sulla Luna (anche se con un Grifone al posto di una navicella), mi pare che la cosa si possa spiegare così: forse il disegno è il legame più profondo con quel “tempo sospeso” e atavico, è la prima forma di linguaggio umano. Nietzsche diceva che il linguaggio è una menzogna perché nato su una convenzione di comodo: l’albero si chiama albero perché arbitrariamente lo abbiamo deciso noi, ma l’albero esiste nella realtà da prima del linguaggio umano, dunque la realtà è una menzogna, perché il linguaggio è il mezzo per decodificare la realtà. Il disegno potrebbe allora essere legato a quella parte ancestrale, pre-umana e infinita, un ponte verso la metafisica. Ancora speculazioni, lo so che pare tutto molto pomposo, ma in soldoni basta vedere come ancora oggi i bambini vengono rapiti, nell’era digitale, da una persona che disegna: è così che si capisce la magia di quel gesto che crea, dal nulla, qualcosa.

 

A – Ormai tutto si sta traducendo in una nuova lingua digitale: i cantanti usano voci filtrate dalle macchine, gli scrittori programmi che suggeriscono trame, i disegnatori non toccano più i fogli né si sporcano di china. È la fine o un nuovo inizio?

 

MG – Non ho mai creduto nella fine (se non in senso “materiale”), perciò non credo nemmeno in un nuovo inizio. Parlerei di continuazione, di divenire, ma non di evoluzione, che non ha molto senso nelle questioni “artistiche”. Non ho nessuna paura del futuro (né del presente) e non mitizzo il passato (e neanche il presente). Non credo che prima “era meglio” e adesso eccetera eccetera. C’erano artisti geniali ieri, ci sono oggi: l’unica discriminante è il contorno culturale, la società, l’ambiente. Oggi, per vari motivi che sarebbero lunghi da analizzare, c’è un ambiente mediocre, un po’ per colpa di tutti ma soprattutto nostra, di noi “artisti” che siamo mosci come lumache. Parlo di omologazione. Una volta si faceva di tutto per stare di traverso, adesso si fa di tutto per stare al posto giusto. Questo, credo, sia ciò che davvero è cambiato, ma le voci coraggiose e dissonanti sono potenti oggi come prima, e hanno solo meno terreno fertile su cui attecchire. Io ho bisogno di toccare fisicamente quello che faccio, ma è un discorso puramente materiale e feticista, non ho timore della tecnologia… Però disegnare a mano è cosa molto diversa del disegnare al computer, quello è oggettivo: al computer è un po’ più semplice, c’è meno paura di sbagliare, perché si può correggere ogni volta e cala la tensione del gesto, per me fondamentale.

 

A – Ultima domanda del cazzo. In questo libro, più che in altri, hai sentito da vicino come il lavoro si è intrecciato con le tua odissea personale. Da fuori ti ho visto passare da un inferno in cui praticamente avevi perso tutto, oltre alle grottesche questioni legate alla pensione che ti spetterebbe e che invece ti è stata drasticamente abbassata. non hai timore, ora che ne stai lentamente uscendo, di identificarti con quello che ti è successo? in altre parole, tu sei molto di più della tua malattia, non senti il rischio di poterci rimanere ancorato?

 

MG – Ok, ultima risposta del cazzo. Però la domanda è interessante, perché ci pensavo proprio in questi giorni.

Ci scherzo e ci ho scherzato molto su quello che mi è successo: la malattia. Scherzo soprattutto sulle mie mani che non funzionano e che sono la parte più importante dopo il cervello, per me. Cerco di fare la vita che facevo prima, perfino gli stessi rituali, che non riescono uguali per le mie limitazioni fisiche e diventano “divertenti”, come fossi incastrato in un cinepanettone. Quello che ho avuto è difficile da spiegare, è una cosa strana: si torna come prima, ti dicono, ma non è vero. Fisicamente è un percorso lunghissimo e difficile da risolvere completamente. Mentalmente è ancora più difficile da spiegare, ma la cosa certa è che c’era un “me” di prima e c’è un “me” di adesso. Ho sempre pudore a dire queste cose, perché alcune persone hanno disgrazie da cui non si torna, in senso fisico o mentale, ma quello che mi è successo, anche per come mi è successo, non lo dimentichi: preferirei morire che rivivere una cosa del genere. Sono di più di questa malattia? Certo… Ma questa malattia è insieme a me e lo sarà per sempre.