DI MONTAGGIO, ECONOMIA E CLICHÈ

DI MONTAGGIO, ECONOMIA E CLICHÈ

AkaB Vs Luca Negri (Regular Size Monster)

A – Dopo aver letto STORIE DI UOMINI INTRAPRENDENTI E DI SITUAZIONI CRITICHE la prima cosa che ho pensato è che spinge in avanti il concetto di montaggio nel fumetto, lo libera. Sono stati il montaggio e il rapporto spazio/tempo tra le cose a cui hai ragionato principalmente durante la sua lavorazione?

LG – Credo di sì. Lavorando sul video la coscienza di montaggio e del rapporto spazio/tempo diventa fondamentale. Mi piace molto riflettere su quando interrompere l’azione, su cosa omettere e il decidere su che cosa focalizzare l’attenzione. Un’altra cosa che mi piace è quando in un film si fa avanti e indietro tra più situazioni che avvengono nello stesso istante: l’editor fa zapping e si crea un dinamismo pazzesco e divertente. Montaggio parallelo. Mi piace e lo voglio fare anche io, e il risultato è nei racconti.

A – Con quale genere di fumetti ti sei avvicinato a questo media?

LG – Topolino e Dylan Dog. Non sono mai stato un consumatore accanito del medium, e ancora adesso faccio brutte figure quando si parla di autori influenti. Ho cominciato a provare un’attrazione vera e propria per il linguaggio fumettistico grazie alla scoperta di Akira (un apri-mente molto comune, a quanto ho capito). L’”underground” e l’approccio più sperimentale lo sto scoprendo tutto adesso, ed è molto stimolante.

A –  Invece ora cosa leggi e cosa cerchi come lettore?

LG – Leggo fiction e in generale cerco cose che mi facciano ridere. L’umorismo molto random e la leggerezza malinconica che vanno ora non mi piacciono.

A – Come autore mi pare di aver colto un grande interesse per il linguaggio in sé. Pensi ci sia ancora margine per inventare cose nuove con il fumetto?

LG – Credo proprio di sì. In generale non penso si possa mai toccare un punto fermo nell’evoluzione di un linguaggio. Si inventa una cosa, quella passa di moda, poi viene dimenticata e cinquant’anni dopo qualcuno la inventa di nuovo. Poi molte volte i linguaggi imitano altri linguaggi, quindi le possibilità aumentano ancora.

A –  A brucia pelo. Differenze tra cinema e fumetto?

LG – Nel cinema puoi salvare una scena noiosa mettendoci su una canzone figa. Nel fumetto puoi far scoppiare una macchina senza spendere un centesimo.

A –  Mi incuriosisce sapere il tuo percorso con il disegno. Hai iniziato su carta, immagino, ma ora fai tutto in digitale… Dimmi un po’ come è stato il passaggio e perché ti trovi meglio con i pixel invece che con la china?

LG – In realtà il passaggio vero e proprio non c’è stato. Ho sempre disegnato, fin da piccolo, ma non ho mai pensato “in fumetti”: mi è sempre sembrato un’arte impossibile e masochista (ancora oggi mi stupisco di come molti autori riescano a fare quello che fanno). I miei primi fumetti sono partiti dopo, molto dopo, quando ho cominciato a usare il digitale per questioni di lavoro (concept art e illustrazioni). Ho costruito le mie tavole iniziali con il computer, e da lì in poi ho continuato con la tavoletta grafica. Ancora adesso separo nettamente la pratica del disegno da quella del fumetto.

A –  Da dove viene questo interesse per l’economia?

LG – Non ci avevo mai pensato. Credo sia perché mi attira l’idea di forza invisibile, e l’economia è una di quelle forze invisibili che agiscono e sono la causa di tutto in infidi e infiniti modi. Le possibilità sono moltissime, se non infinite, e creare treni di pensieri ed eventi diventa facile. Grazie alle nuove tecnologie si scoprono bacini di gas naturale in Olanda, lo stato quindi incoraggia con agevolazioni fiscali le compagnie di estrazione estere, i capitali si spostano pesantemente sul primario, il settore manifatturiero crolla, un imprenditore va in fallimento e licenzia 32 dipendenti, il matrimonio di uno dei dipendenti salta perché non può garantire la stabilità economica alla famiglia, un bambino non nasce più. A Sclavi poi sta roba piace, se ho capito bene Tre per zero.

A –  Durante la presentazione all’AFA hai detto che hai provato a prendere una situazione complicata e raccontarla nel modo più complicato possibile. Non pensi di pretendere troppo dai lettori con il conseguente rischio di risultare poco leggibile?

LG – Ho paura di sì, ma non pretendo (né mi importa) che i lettori comprendano OGNI aspetto della narrazione. Sono io il primo a non conoscere tutti i fatti, a omettere gli indizi e a moltiplicare le piste. Quello che davvero vorrei riuscire a comunicare è l’esistenza di un’idea di collegamento continuo degli eventi, di complotto e di paranoia, un disegno più grande che ingloba silenziosamente la storia. Magari con una narrazione lunga il tutto si comunica pure meglio, ma il fine secondo me sta proprio nel perdersi nella storia e uscirne con una sensazione strana. Se tutto questo riesce ne sono molto felice.

A –  Una cosa stramba su “Storie di uomini intraprendenti e di situazioni CRITICHE” è che traspare il tuo amore per i cliché dei generi, ma anche il tuo odio. Li smonti e rivisiti ottenendo un effetto comico imprevisto. Sei consapevole che la maggior parte della gente, assuefatta dagli stereotipi, non capirà la tua fin troppo raffinata ironia?

LG – In realtà io i cliché li amo e basta, niente odio, e credo anche che smontare un cliché sia un modo molto diretto per creare dinamismo e conflitto. La gente reagisce in modo forte al dinamismo, e la narrazione si basa sul conflitto. Credo che smontare un cliché sia il mio modo di trovare conflitto in una narrazione. E magari stufa, o magari mi stufo io, ma per ora fare così mi diverte molto, e spero di poter contagiare anche qualche lettore (incrociando le dita).

  

A –  Dopo questa maratona di storie brevi ti è venuta voglia di metterti su un libro di lungo respiro? cosa pensi di fare adesso?

LG – Si, e ci sono già al lavoro, in un certo senso. Ho un po’ di idee lunghe che vorrei raccontare sotto forma di fumetto, e spero davvero di poterlo fare molto presto. C’è una storia che parla di agenti segreti, di guerra e di amore, che non vede l’ora di essere realizzata.

A –  Infine, perché fare fumetti?

LG – Perché avere un po’ di controllo assoluto sulle cose del mondo ogni tanto è terapeutico.