L’ISPEZIONE

L’ISPEZIONE – Part 1 of 3

Il colonnello Vogel scese dalla macchina con il solito impaccio dovuto alle sue gambette da merlo. Lo vidi appoggiarsi alla portiera, come sempre. Accendersi rapidamente una sigaretta, come se fosse l’unico modo per sopportare l’aria grigia e dolente di Berlino est. Si stiracchiò. Dalla finestra del primo piano, lo vedevo schiacciato dalla prospettiva. Sembrava proprio un esserino insignificante e prossimo a essere calpestato da un piede che passava di là.

Non era in divisa, stranamente. Insieme a lui, dalla parte opposta della berlina nera, scese un altro tizio, mai visto. La divisa era quella dell’esercito della DDR e il grado quello di capitano.

Julius, il maggiordomo, li fece entrare ancora prima che suonassero il campanello. La macchina non se ne andò a parcheggiare più avanti, come al solito: sostò sotto il palazzo col motore acceso.

Mi feci attendere qualche minuto, giusto per chiarire che mi sentivo a mio agio. Tutte le volte era come una partita a scacchi, loro attaccavano e io mi difendevo. Poi contrattaccavo. Già la terza visita che mi facevano dall’inizio dell’anno. In verità si trattava di ispezioni vere e proprie. Gli ordini venivano dall’alto, era il 1981 e tutti erano sospettati di essere spie, anche se non si capiva bene cosa ci fosse da spiare in quel pezzo di città comunista che galleggiava come una bolla solitaria sul mare dell’eccesso consumistico occidentale.

Per mia fortuna ero entrato nelle grazie del colonnello Vogel, che mi reputava un cittadino modello e mi avvertiva sempre almeno un giorno prima dell’ispezione. La grazia, a dire il vero, me l’ero guadagnata a forza di regali rarissimi. Vogel aveva due passioni: l’arte classica e le giovani donne. Io ero un antiquario e avevo i pezzi migliori della città, anzi, a dire il vero del mondo.

L’ultimo regalo che gli feci fu un colpo da maestro e mi garantì il suo pieno appoggio in quel clima di continuo sospetto.

Gli regalai un’icona rappresentante la natività, che assomigliava in modo strabiliante alla moglie russa, molto devota alla madonna. Lei restò così contenta da appendersela nel suo soggiorno con i divani di velluto verdone, dietro la televisione, in modo da poterla ammirare ogni giorno. Organizzava addirittura delle processioni di amiche compagne per mettere in scena la “Santa Madre” sua gemella. I comunisti erano atei, ma un santo in casa non faceva mai male. Era così felice per il regalo del marito libertino da non fargli più scenate, nonostante rincasasse spesso a ore improbabili, sgualcito e pieno di vodka e profumo femminile.

Ero riuscito a farmi dare, in modo poco ortodosso e simile a un’astuzia degna di James Bond, una foto della moglie del colonnello. Così da poter far dipingere direttamente l’icona da un monaco greco. Il quadro risultava conservato benissimo, anche se aveva più di 500 anni, un pezzo inestimabile visto che quel monaco l’aveva dipinto nel 1471.

Andai incontro al colonnello Vogel con il mio miglior atteggiamento da dandy, mano sinistra in tasca e movimenti lenti, d’effetto e melliflui. Sapevo che alla maggior parte dei militari o dei burocrati non piaceva quel modo di fare: era il mio contrattacco. Vogel non ci fece nemmeno caso e mi aspettò con un largo sorriso. L’altro uomo aveva uno sguardo secco e torvo, da persona ligia che si attacca al suo compito e che nasconde la vigliaccheria con la ferocia! Non aveva di sicuro gradito.

Brodowsky! La vedo in forma. L’inverno di Berlino est non le fa nessun effetto a quanto vedo…-

-Colonnello Vogel… Trovo bene anche lei-. Ci stringevamo calorosamente la mano, il capitano, che avrà avuto non più di 23 anni, guardava quel gesto semplice con un incomprensibile sospetto.

-Le presento il compagno capitano Berger, oggi sarà lui a far visita alla sua collezione. Io ho un impegno improrogabile-. Mi schiacciò l’occhio senza farsi vedere dal capitano e si passò una mano sulla cravatta blu.

Il capitano scattò sugli attenti battendo i tacchi e portando la mano aperta alla fronte.

-Compagno Brodowsky! Felice di essere suo ospite!-. Feci un mezzo sorriso di scherno, sperando che il capitano lo notasse. Non si poteva proprio fare a meno di questi stupidi siparietti.

Il colonnello ci salutò, raccomandandomi di essere tollerante con lo zelo di Berger e ricordando al capitano che ero uno stimato cittadino e convinto compagno.

Chiesi al capitano se desiderasse qualcosa da bere. Niente alcolici. Decidemmo per un tè, dissi a Julius di prepararlo. Nel frattempo si tolse il pesante cappotto militare e ci spostammo dall’entrata verso il cuore del palazzo.

Dovevo stare tranquillo e sfoderare un po’ del mio fascino, che piaceva tanto ai membri del partito. Con Vogel funzionava sempre, ma questo giovane capitano sembrava uno di quelli che nascono per piantar grane. Dovevo stare attento. Se avesse sospettato l’esistenza dell’ala segreta, proprio sotto alla mia collezione d’arte e di pezzi storici, avrei chiuso per sempre, forse giustiziato. Il che non mi spaventava più di tanto. La pace eterna. Ma più facilmente sarei finito agli arresti per non so quanto tempo. Rinchiuso in una cella fetida, il mio segreto scoperto! E visto quello che nascondevo, avrei fatto la fine della cavia da laboratorio.

Con il colonnello Vogel l’ispezione era semplice: si fermava così tanto a guardare sognante la mia impareggiabile collezione, da perdere la nozione dello spazio e del tempo. Bastava parlargli degli arazzi copti egiziani o mostrargli quello greco, che a quanto pare fu l’arazzo di Penelope, tessuto con le lacrime durante l’attesa del ritorno di Ulisse.

Quando Vogel sentiva i miei aneddoti storici si bloccava con gli occhi del bambino rapito dalle favole, pareva strano per un burocrate come lui, ma tutti da qualche parte conservano una porta d’accesso ai sogni, bisogna solo trovarla.

Ma Berger era “quel tipo” diverso da tutti. Un solitario. Calato nel suo ruolo perché non sapeva fare altro. Senza un compito preciso da portare a termine, comunque, cascasse tutto l’universo, si sentiva inutile. Dagli occhi si capiva che era assetato di sangue, un lupo che fiuta la preda. Non potevo sbagliare, se riuscivo a distrarlo, a circuirlo, forse potevo uscirne indenne. Potevo disintegrarlo, o rinchiuderlo per l’eternità in una scatola quantica siluriana, ma lo avrebbero cercato se non avesse più fatto ritorno e il risultato sarebbe stato lo stesso: l’intero esercito che piomba in casa a mettere a soqquadro ogni singola pietra, scoprendo il motivo della mia penosa esistenza.

L’ISPEZIONE – Part 2 of 3